La nostra storia siamo noi.

CITTADINI PER UN REFERENDUM PER CULTURA , LIBERA INFORMAZIONE RAI, RICERCA E PAESAGGIO
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4 thoughts on “La nostra storia siamo noi.

  1. ALBERTO ACCIARITO 25 dicembre 2014 / 20:02

    STRUMENTO DEI CITTADINI PER LEGGIFERARE PER CULTURA, RICERCA INNOVAZIONE E LIBERA INFORMAZIONE PUBBLICA IN RAI

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  2. ALBERTO ACCIARITO 26 dicembre 2014 / 10:40

    il principio fondamentale del nostro referendum su cultura, innovazione e paesaggio consiste in una allocazione delle risorse nazionali ed europee che non potranno mai essere inferiori alla somma degli interessi annuali pagati sul debito pubblico. Il referendum stabilisce questa equiparazione per lo sviluppo del Paese

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  3. ALBERTO ACCIARITO 26 dicembre 2014 / 10:47

    St a m pa l ‘a r t icol o Ch iu di
    20 marzo 2014
    Il fegato di Wall Street e il senso del capitalismo
    di Christian Rocca
    C’è una storia formidabile sfuggita incomprensibilmente alle prime pagine dei giornali italiani occupate
    da toto nomine, operazioni politiche di Civati e altre cose inutili. La stampa americana invece si è
    guardata bene dal sottovalutarla perché, nonostante abbia origine e sviluppo italiani, rappresenta
    l’essenza del sistema capitalistico statunitense che non è la caricatura che ne fa Occupy Wall Street né la
    truffa alla Wolf of Wall Street, ma la ricerca del profitto come strumento capace anche di generare il
    benessere generale.
    È la storia di una molecola creata in un laboratorio a Perugia, volata in America, salvata dall’estinzione a
    Milano, quotata al Nasdaq di New York e, improvvisamente, a gennaio, e nel giro di quarantotto ore,
    accreditata della speranza di curare alcune gravissime malattie epatiche mortali e per questo capace di
    capitalizzare in Borsa otto miliardi di dollari. Otto miliardi di dollari. Chiamiamolo il fegato di Wall Street.
    Alla fine degli anni Novanta, Roberto Pellicciari, professore di Chimica Farmaceutica all’Università di
    Perugia, ha sviluppato uno studio sulle malattie epatiche creando dall’acido biliare chenodeossicolico un
    composto molecolare più potente e più efficace rispetto a quello esistente nell’organismo nell’attivare i
    recettori FXR del fegato, quelli che orchestrano la formazione e la secrezione della bile ovvero del
    detergente del sistema intestinale. Secondo il professore, con questa molecola si sarebbe potuto
    aggredire una serie di patologie del fegato potenzialmente letali.
    La molecola brevettata si chiama INT 747, ma dagli esperti è conosciuta come Oca. Per anni nessuno ha
    creduto nello studio di Pellicciari, cioè nessuno ha finanziato la ricerca necessaria a testare la sua
    efficacia, se non nel 2002 un manager canadese che si chiama Mark Pruzanski. Dal suo appartamento nel
    West Village di New York, con un debito di 100mila dollari, un conto corrente che non segnava il rosso
    per soli 5 dollari e i familiari che gli consigliavano di trovarsi un vero lavoro, Pruzanski si è impegnato a
    trovare investitori per avviare i test, ma non è riuscito a raccogliere più di due milioni di dollari nel
    mercato dei penny stocks non quotati, vendendo le azioni della società Intercept, proprietaria della
    molecola, a mezzo centesimo ciascuna.
    Troppo alto il rischio di flop, troppo costosi i trial, troppo lunghi i tempi. Senonché, nel 2006, è arrivato
    il finanziere milanese Francesco Micheli. Sollecitato da Umberto Veronesi e dalla consapevolezza che in
    Italia ci sono fior di scienziati ma anche un’enorme carenza di finanziamenti per la ricerca, Micheli tre
    anni prima aveva costituito un fondo di venture capital per sostenere gli studi di biotecnologia finalizzata
    al mercato farmaceutico. In nove anni, la Genextra di Micheli (compartecipata al 20% da Banca Intesa)
    ha investito 75 milioni di dollari su Intercept per pagare la ricerca nei laboratori perugini e la
    costosissima sperimentazione fino alla Fase 3 contro una rara malattia autoimmune, la cirrosi biliare
    primitiva (PBC). Sulla molecola perugigina, Genextra ha coinvolto il più importante fondo americano di
    biotecnologie, OrbiMed, e nell’ottobre del 2012 ha condotto Intercept alla quotazione al Nasdaq.
    L’offerta pubblica iniziale è andata bene, dopo un anno Genextra è rientrata del suo investimento, è scesa
    al 33 per cento di Intercept e ha trovato sul mercato i soldi per continuare i test.
    Il 9 gennaio di quest’anno, la svolta. Il Ceo di Intercept, Mark Pruzanski, stava pranzando allo Standard
    Grill del Meatpacking district di New York quando ha ricevuto una telefonata che lo avvertiva di una
    novità dal National Institute of Health (NIH). L’ente governativo americano, nel marzo 2011, aveva
    chiesto a Intercept di poter testare autonomamente la molecola made in Perugia su 283 pazienti malati di
    Nash, la steatosi epatica non alcolica meglio conosciuta come sindrome del fegato grasso che, secondo la
    stessa NIH, colpisce tra il 5 e il 10 per cento degli americani, in particolare quelli con un’alimentazione
    troppo ricca di calorie.
    Con questi numeri, e in mancanza di un farmaco che bruci efficacemente i grassi nel fegato, c’è il forte
    rischio che nei prossimi decenni per i pazienti con steatosi degenerate in cirrosi sia necessario un ricorso
    a trapianti numericamente insostenibile.
    La sperimentazione della NIH si sarebbe dovuta concludere alla fine del 2014, ma il 9 gennaio è stato
    annunciato che sarebbe stata interrotta a metà perché la molecola aveva già raggiunto risultati di
    efficacia eccezionali. Il titolo di Intercept è schizzato a 445 dollari, con un balzo record del 545%. Dopo
    una precisazione della NIH, legata all’aumento del colesterolo riscontrato sui pazienti, il titolo è sceso di
    un centinaio di dollari, ma da allora è tornato sopra i 400 dollari (il titolo era stato quotato a 15 dollari).
    Secondo Merril Lynch Bank of America il target price è addirittura di 875 dollari, cioè Intercept
    potrebbe valere 15 miliardi di dollari, il doppio di quanto capitalizza oggi. La quota di Genextra è del 33
    per cento. Fate i conti e magari calcolate l’impatto, in caso di vendita di Intercept, sui bilanci di Intesa
    San Paolo (che ha il 20% di Genextra).
    La cosa straordinaria è che passeranno ancora molti anni prima che il composto diventi un farmaco
    autorizzato a curare la steatosi non alcolica. Sempre che superi i test. Arrivati a questo punto di
    sperimentazione è ancora possibile che Intercept non riesca a ottenere le autorizzazioni delle agenzie
    governative americane ed europee. Nel caso, tutti gli investimenti andrebbero in fumo. Non solo: i diritti
    a sfruttare commercialmente la molecola scadranno in 15 anni, poi il farmaco diventerà generico e
    utilizzabile da chiunque. Nel frattempo alcuni appartenenti al privilegiato 1% della popolazione si
    saranno ulteriormente arricchiti, ma a beneficio, non a scapito, del restante 99% che proprio grazie alla
    sfrenata corsa al profitto dei lupi di Wall Street potrebbe avere a disposizione un farmaco salva vita.

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  4. ALBERTO ACCIARITO 26 dicembre 2014 / 10:58

    La Robotica Personale, o Robotica
    di Servizio come viene alcune
    volte chiamata, comprende tutte
    le applicazioni robotiche il cui
    scopo è quello di ridurre il lavoro
    ed il tempo necessario per lo svolgimento
    di un certo compito, aumentare
    la sicurezza e la tranquillità
    nell’ambiente in cui viviamo
    o lavoriamo

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